badcops



Napoli G8: Rinviati a giudizio tutti i 31 poliziotti imputati
L’ex questore di Brindisi, è stato condannato a sei anni
Condannato per concussione ex maresciallo Guardia di Finanza
Arrestati presunti "squadristi". C'è un poliziotto
G8, due agenti pentiti rivelano « A Bolzaneto ci fu violenza»
Arrestato poliziotto accusato di associazione mafiosa
Scoperti da telecamere, due carabinieri confessano furti
Operazione antidroga, arrestati anche 2 finanzieri
Soldi per coprire traffico di droga, arrestati tre Cc
Uccisero tunisino, condannati tre carabinieri
Mafia, indagati tre rappresentati Forze dell'ordine
Arrestati imprenditore e due marescialli per mafia
Associazione criminale nel Ros dei Carabinieri
Poliziotto con prostitute arrestato a Udine
Poliziotto di 32 anni, in isolamento: accusa di violenza sessuale continuata sulla figlia
Concussione: arrestato poliziotto
Cinque persone arrestate, tra cui un poliziotto friulano, per immagini pornografiche di bambini
Droga, sospetti su un poliziotto
Imperia: poliziotto arrestato per droga
14imo Poliziotto indagato
Il poliziotto fuggito era già nei guai
Non era solo il poliziotto porno-pedofilo
la vittima riconosce il poliziotto indagato
L’ex poliziotto di Oniferi coinvolto nell’uccisione della casalinga di Urzulei
Gela, indagato il poliziotto che ferì il dodicenne
Un agente di polizia sul registro degli indagati per episodio del tifoso Romanista entrato in coma
Lanciano: carabiniere arrestato per violenza sessuale su diciassettenne
Ispettore uccide moglie e cognato e si suicida
Agente si spara a una gamba per convincere la ex a tornare
Arrestato dai suoi colleghi: gli erano stati appena consegnati 1300 euro da cittadino cinese
Commerciante denuncia un'estorsione: arrestato un poliziotto
~ venerdì, luglio 16, 2004
 
Rinviati a giudizio tutti i 31 poliziotti imputati.

Dopo 7 udienze preliminari, il GUP Maria Picardi ha rinviato a giudizio i 31 poliziotti imputati per i pestaggi e le violenze avvenute all'interno della Caserma Raniero il 17 marzo 2001.Il decreto assume una particolare rilevanza sia perchè inaugura i processi nei confronti delle forze dell'ordine per i fatti del 2001 (la Diaz e Bolzaneto sono ancora in una fase precedente), sia perchè i reati contestati sono di particolare gravità.Molti degli agenti coinvolti, ed in particolare i vicequestori aggiunti Carlo Solimene e Fabio Ciccimarra (quest'ultimo coinvolto anche nel processo della Diaz), dovranno rispondere, oltre che di lesioni personali aggravate, violenza privata, abuso d'ufficio, danneggiamenti, perquisizione arbitraria anche del reato di sequestro di persona per aver "privato indebitamente della libertà personale" 25 manifestanti, costringendoli a rimanere per lungo tempo al muro e con le mani dietro la testa, "minacciandoli e colpendoli ripetutamente".La discussione ha evidenziato come il comportamento degli agenti si sia svolto nella sensazione di una totale senso di impunità: oltre ai pestaggi, non è stata effettuata nessuna comunicazione ai magistrati, nessun verbale di perquisizione e di sequestro. I difensori degli imputati hanno tentato di offrire una diversa ricostruzione dei fatti che è naufragata di fronte alle stesse dichiarazione degli stessi agenti in contraddizione tra loro e addirittura con se stessi (come il vicequestore Solimene che sosteneva di aver lasciato la caserma a fine turno, quando agli atti risulta un richiesta di cinque ore di straordinario). Il 14 dicembre è la data prevista per l'inizio del processo: al momento sono 41 i manifestanti costituitisi parte civile attraverso vari legali.
 
BRINDISI L’ex questore di Brindisi Francesco Forleo, è stato condannato a sei anni
e sei mesi di reclusione per omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento, per alcuni falsi in verbali di polizia e per minacce per costringere qualcuno a commettere un reato. Lo ha deciso la Corte d’assise di Brindisi al termine del processo per l’uccisione del contrabbandiere di sigarette Vito Ferrarese, avvenuta la notte tra il 13 ed il 14 giugno ’95 nel corso di una operazione di polizia al largo di Brindisi. Il pm inquirente, Leonardo Leone de Castris, aveva chiesto per l’ex questore la condanna alla pena di 14 anni e quattro mesi di reclusione per omicidio volontario, nell’ipotesi attenuata del dolo eventuale. In sostanza i giudici hanno ritenuto che Forleo, dall’elicottero della polizia a bordo del quale si trovava, sparò colpi di pistola contro il motoscafo in fuga sul quale viaggiava Ferrarese, prefigurandosi che l’evento della morte del contrabbandiere poteva realmente verificarsi ma nella convinzione che egli quell’evento non l’avrebbe provocato. Per il solo reato di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento l’ex questore è stato condannato alla pena di tre anni di reclusione. Oltre all’ex questore la Corte d’assise, dopo tre giorni di camera di consiglio, ha condannato anche ex appartenenti alla polizia di Stato, in servizio a Brindisi: l’ex capo della sezione catturandi della squadra mobile Pasquale Filomena (a 14 anni e sei mesi di reclusione), l’ex vicequestore Pietro Antonacci a quattro anni e sei mesi (per il solo porto illegale di arma), l’ex capo della squadra mobile Giorgio Oliva a tre anni e sei mesi, gli agenti Mario Greco a quattro anni, Giovanni Perrucci a quattro anni e sei mesi ed Emanuele Carbone a sette anni e sei mesi.
 
 http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_PROV_01.asp?IDNotizia=115371&IDCategoria=293

~ martedì, maggio 04, 2004
 
Cremona, 4/5/2004 09:34
Condannato per concussione ex maresciallo Guardia di Finanza

E' stato condannato per concussione un ex maresciallo della Guardia di Finanza di Cremona, Pasquale Notaro, di 56 anni, oggi in pensione. Il sottufficiale fu arrestato il 18 ottobre 1999 e per circa un mese detenuto in custodia cautelare nel carcere militare di Peschiera del Garda (Verona). Era capo pattuglia per verifiche fiscali in aziende anche importanti.
E' stato riconosciuto colpevole per avere concusso Tolmino Gusberti, titolare del negozio di abbigliamento in piazza Migliavacca a Cremona. L'avrebbe costretto, quattro anni e mezzo fa, a vendergli a prezzi bassi vestiti per un valore commerciale di circa 13 milioni, pagati 1 milione e mezzo di lire.

Dopo cinquanta minuti di camera di consiglio il tribunale di Cremona lo ha condannato a 2 anni e 10 mesi di reclusione con le attenuanti generiche. L'ex finanziere è stato dichiarato interdetto dai pubblici uffici per una durata pari a quella della pena detentiva inflitta. L'ex maresciallo è stato invece assolto "perchè il fatto non sussiste" da altri quattro episodi nei confronti della Latteria Soresina: si trattava di prodotti regalati, ma in aula è emerso che è consuetudine della latteria fare omaggi, come i 30 chili di formaggio grana che a Natale vengono regalati alla guardia di Finanza, alla questura, al comando dei carabinieri e al vescovo. Molti altri negozi facevano sconti addirittura tra il 70 e l'80 per cento al maresciallo, ma in nessun caso è stato possibile stabilire il dolo.


~ mercoledì, aprile 14, 2004
 
In carcere 15 militanti: organizzavano aggressioni squadristiche
Bari, retata contro Forza Nuova
Arrestato anche un agente
Violenze al Gay Pride, almeno undici pestaggi, intimidazioni

BARI - Quindici presunti esponenti del movimento politico di estrema destra 'Forza Nuova' e un poliziotto sono stati arrestati a Bari da carabinieri del Ros (Raggruppamento operativo speciale). All'agente, accusato di rivelazione del segreto d' ufficio, concessi gli arresti domiciliari. Agli otto degli arrestati viene anche contestato il reato di ricostituzione del partito fascista.

A cinque degli arrestati viene contestato il ruolo di organizzatori e dirigenti dell' associazione con il compito di riunire il gruppo in occasione delle spedizioni 'squadristiche'. I capi dell' organizzazione sono accusati di aver danneggiato i luoghi di riunione e di lavoro degli avversari politici e imbrattato con vernice i muri di palazzi del centro.

Le accuse: undici pestaggi compiuti con mazze, bastoni, bottiglie, catene e con un cric, danneggiamenti vari, minacce al docente dell' Università di Bari Luciano Canfora, e intimidazioni al segretario dell' Arcigay di Bari, Michele Bellomo, portavoce del Gay Pride svoltosi a Bari nel giugno 2003. A due degli arrestati viene anche contestata "l' incursione con tecnica e organizzazione da gruppo militare d' assalto" - così la definisce l' accusa - avvenuta il 4 febbraio scorso nella clinica Santa Maria di Bari, specializzata in ginecologia e ostetricia.

Nelle sale di degenza del servizio di pianificazione famigliare due persone interruppero il servizio pubblico, insultarono il personale medico e paramedico e le donne ricoverate, e esibirono loro pubblicazioni di immagini raccapriccianti contro l' aborto.
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Tra le undici persone picchiate selvaggiamente da un commando 'squadrista' - così come lo definisce l' accusa - c' è Giuseppe Errico, attivista del centro sociale 'Coppola Rossa' di Adelfia (Bari). Dieci persone lo avrebbero avvicinato e colpito con bastoni, mazze e con un cric. Le minacce rivolte a Luciano Canfora, invece, fanno riferimento al fatto che alcuni indagati avrebbero scritto sul muro accanto al portone di casa del docente: 'Canfora brucerai come Stalin' e 'Canfora bioa'.

Gli arrestati avrebbero selezionato un gruppo di persone da utilizzare per le aggressioni di stampo squadrista. I presunti capi del sodalizio criminale avrebbero inoltre tenuto uno schedario aggiornato con i dati identificativi delle vittime, degli automezzi che queste usavano, della loro residenza e del loro luogo di lavoro.

Ecco i nomi degli arrestati, uno solo è al momento irreperibile: Paolo Alba, 29 anni; Luca Barile, 25, Gaetano Campidoglio, 29, Vito Nicola Cantacessi, 29, Francesco De Rosalia, 25, Cosimo Dambra, 21, Fabrizio Fiorito,19, Massimo Giuseppe Lananna, 24, Paolo Loconsole, 20, Sergio Pizzi, 27, Tommaso Signorile, 20, Giovanni Ventrella, 26, Nicola Vittorio, 28, Giacomo Vitucci, 27, e Francesco Tiani, 40, originario di Lequile (Lecce), poliziotto in servizio alla questura di Bari. Campidoglio - secondo la Procura - è componente del direttivo regionale pugliese del movimento; Pizzi è il responsabile cittadino; Lananna è il leader di 'Forza Nuova studenti', Barile di 'Forza Nuova Università.

 
Arrestati presunti "squadristi". C'è un poliziotto
by dal corriere Wednesday April 14, 2004 at 10:30 AM mail:

A Bari un'operazione dei Ros: fermati esponenti di Forza Nuova. Sono accusati di pestaggi compiuti con mazze. Ipotizzato anche il reato di riorganizzazione del partito nazionale fascista.

BARI - Squadristi a Bari: undici pestaggi compiuti con mazze, bastoni, bottiglie, catene e con un crick, danneggiamenti vari oltre a minacce a un docente dell'Università di Bari. Quindici presunti esponenti del movimento politico di estrema destra "Forza Nuova" e un poliziotto sono stati fermati a Bari da carabinieri del Ros (Raggruppamento operativo speciale).
Al poliziotto, accusato di rivelazione del segreto d'ufficio, sono stati concessi gli arresti domiciliari. Gli altri 15 indagati sono in carcere. Sono accusati di aver preso parte ad un' associazione per delinquere finalizzata a commettere una serie lunghissima di lesioni personali, violenze private, porto ingiustificato di oggetti atti ad offendere, minacce e ingiurie ai danni di esponenti di organismi politici e sociali di sinistra o, comunque, contrarie a quelle di estrema destra. Ai fermati viene ipotizzato formalmente anche il reato di riorganizzazione del partito nazionale fascista.

PESTAGGI - A cinque degli arrestati viene contestato il ruolo di organizzatori e dirigenti dell'associazione con il compito di riunire gli altri associati per spedizioni squadriste alle quale prendevano parte anche loro stessi.
Secondo i pm inquirenti, Roberto Rossi e Lorenzo Nicastro, che hanno chiesto e ottenuto dal gip i provvedimenti restrittivi, i capi dell'organizzazione hanno danneggiato i luoghi di riunione e di lavoro degli avversari politici e imbrattato con vernice spray i muri di palazzi del centro cittadino in cui vivono i loro «avversari». Avrebbero inoltre - ritiene l' accusa - reclutato i giovani da utilizzare per la propaganda politica a Bari e in tutta la Puglia e selezionato un gruppo di persone da utilizzare per aggressioni di stampo squadrista. I presunti capi del sodalizio criminale avrebbero inoltre tenuto uno schedario aggiornato con i dati identificativi delle vittime, degli automezzi che queste usavano, della loro residenza e del loro luogo di lavoro. Questo - ritiene la Procura di Bari - in previsione di un più agevole attacco fisico.


~ mercoledì, gennaio 28, 2004
 
mercredi 21 janvier 2004 :
G8, due agenti pentiti rivelano « A Bolzaneto ci fu violenza »
Colpo di scena : confermate le accuse dei manifestanti. Ora l'inchiesta riparte

Genova Botte ai no global arrestati. Spintoni e manganellate « sin da quando scendevano dai cellulari a quando arrivavano nella stanze della caserma di Bolzaneto ». Un quadro generalizzato di violenza e sopraffazione. Non è il racconto dei manifestanti finiti in manette durante gli scontri al G8, nel luglio 2001. Sono le dichiarazioni di due "pentiti" tra le forze dell'ordine, tra i quadri della polizia penitenziaria. Racconti che hanno improvvisamente riaperto, quando l'indagine veleggiava ormai verso la conclusione, l'inchiesta sulla caserma trasformata durante il summit dei Grandi in carcere provvisorio.

Dichiarazioni a sorpresa, che hanno cambiato ancora una volta il quadro della situazione. Vagliate nel corso di una drammatica riunione, l'altra sera, nell'ufficio del procuratore della Repubblica Francesco Lalla : presenti tutti i magistrati del pool che indaga sulle violenze ai manifestanti.

Da quelle ammissioni è partita l'ultima tranche di interrogatori che ha toccato l'allora ispettore del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Alfonso Sabella (un magistrato, oggi pm antimafia a Firenze) e il generale della polizia penitenziaria Oronzo Doria. Ma il quadro di un'inchiesta, quadro che muta dopo quasi tre anni di indagini, potrebbe portare con sé una nuova, clamorosa conseguenza. Tutti gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari, spediti fino a oggi ai difensori degli indagati, dovranno essere notificati una seconda volta.

E questo potrebbe portare a un'ulteriore dilatazione dei tempi. Le ammissioni dei "pentiti" (la cui identitàè celata con cura dai pm dell'inchiesta) sono state vagliate ; confrontate con i tempi e le presenze nella struttura di Bolzaneto ; messe a confronto con altre dichiarazioni. « Ne emerge - confida un magistrato - un quadro molto diverso da quello descritto in maniera concorde fino a oggi dalle forze dell'ordine : una situazione in cui tutto aveva funzionato alla perfezione, come una macchina ben oliata, e dove c'era stata al massimo qualche distorsione dovuta all'affollamento ». Cambia così anche il quadro delle responsabilità.

Alfonso Sabella, che dopo il G8 era stato prodigo di dichiarazioni sul caso Bolzaneto (« Non ho notato alcuna anomalia, non ci sono state violenze ») ora è riservatissimo sul contenuto dei colloqui con i colleghi-"inquisitori" di Genova. Dalla sua stanza, dove si è confidato con i collaboratori, trapela solo un riferimento. Un interrogatorio dello scorso 7 novembre, a Palermo, quando i magistrati genovesi hanno ascoltato due agenti della penitenziaria in servizio all'Ucciardone. Agenti che, nei giorni del G8, erano a Genova. Da quel giorno, nel muro di silenzio sui fatti di Bolzaneto, si è aperta una crepa.

secoloxix

mercredi 21 janvier 2004
 
da repubblica
Trapani, 10:07
Arrestato poliziotto accusato di associazione mafiosa

Un agente della polizia stradale è stato arrestato dai carabinieri con l'accusa di associazione mafiosa: secondo gli inquirenti, l'uomo fa capo al boss mafioso Ignazio Melodia. L'arresto dell'agente fa parte di una operazione dei carabinieri del reparto operativo di Trapani, che hanno eseguito sei ordini di di custodia cautelare. Per tutti l'accusa è di affiliazione a Cosa nostra trapanese e associazione mafiosa, estorsioni ai danni di bar e ristoranti della zona.
Le somme di denaro raccolte, secondo gli investigatori, sarebbero servite a provvedere al sostentamento delle famiglie di mafiosi in carcere. I sei provvedimenti sono stati richiesti al gip dai sostituti della Dda di Palermo, Massimo Russo e Paolo Guido, che hanno coordinato l'inchiesta.
~ venerdì, gennaio 02, 2004
 
Savona, 17:29
Scoperti da telecamere, due carabinieri confessano furti

Hanno confessato di aver commesso cinque furti tra giugno e metà dicembre. Autori dei colpi, ai danni di una pompa di benzina, sono stati due carabinieri, in servizio presso la stazione di Cairo Montenotte, in provincia di Savona. I due, scoperti grazie alle telecamere, sono indagati.
Il gestore della pompa, dopo aver scoperto che i responsabili dei furti erano i due militari, aveva anche tentato di coprirli. (red)
~ mercoledì, novembre 19, 2003
 
Operazione antidroga, arrestati anche 2 finanzieri

da repubblica
Roma, 11:19


Tra gli indagati della procura di Roma per l'operazione antidroga (leggi qui) ci sono due militari della guardia di finanza: uno si chiama Rocco Russillo, dell'altro non si conosce il nome. Entrambi erano stati assegnati per l'accompagnamento e la sicurezza del senatore a vita Emilio Colombo.
Tra gli acquirenti di cocaina compaiono anche i nomi di due esponenti politici e quello di un appartenente a una nota famiglia di industriali. Non sono indagati, ma alcuni di loro avrebbero acquistato per uso personale la cocaina da Giuseppe Martello. (red)

Blitz della polizia nella capitale. Tra le persone coinvolte nomi molto in vista del mondo dello spettacolo e della politica.

ROMA - Serena Grandi, insieme ad altri 18 personaggi noti della "Roma bene" tra cui politici, vip e professionisti molto in vista, sono stati raggiunti da ordinanze di custodia cautelare in carcere in un blitz antidroga scattato stamane nella capitale.

Gli investigatori hanno eseguito decine di perquisizioni nell'ambito di un'operazione, che sarebbe tuttora in corso, cui hanno dato nome "Cleopatra". Alcune delle persone indagate sono accusate di aver procurato la droga a personaggi molto noti; altre anche di aver favorito incontri a luci rosse per clienti facoltosi.

A Serena Grandi, 47 anni, sono stati concessi gli arresti domiciliari. Nel massimo riserbo degli investigatori, sono però usciti altri nomi: uno, quello di Alberto Quinzi, titolare di "Quinzi e Gabrielli", uno dei più famosi ristoranti di pesce della capitale: sarebbe accusato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Il penalista Maurizio Tiberi, di 35 anni: nei suoi confronti, vengono ipotizzati i reati di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Giuseppe Martello (già arrestato in precedenza dalla squadra mobile di Roma), la madre e il fratello, che gestivano una sorta di laboratorio dove la cocaina arrivava e transitava poi ai clienti.

Ci sarebbe anche l'attrice e modella Lyudmilla Derkach, 26 anni, di origine ucraina tra gli indagati: a suo carico i reati di associazione per delinquere, induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Tra i destinatari di un provvedimento di perquisizione ci sarebbe il figlio di un noto imprenditore italiano. Analogo provvedimento sarebbe stato adottato nei confronti del parente di un altro noto industriale dell'industria tessile. E ci sarebbe anche il segretario di un noto Circolo della capitale tra gli arrestati: l'uomo sarebbe finito in manette per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.

L'inchiesta che ha portato ai 19 ordini di custodia cautelare è una costola dell'indagine dello scorso anno conosciuta come 'cocaina al ministero delle Finanze', per la quale fu arrestato Alessandro Martello, che non è legato da rapporti di parentela con l'uomo arrestato oggi.

I provvedimenti sono stati emessi dal giudice per le indagini preliminari Luisanna Figliolia su richiesta del procuratore aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma Italo Ormanni e dei sostituti procuratori Carlo Lasperanza e Giancarlo Capaldo.

I reati contestati, a seconda delle posizioni, sono associazione per delinquere, detenzione e spaccio di stupefacenti, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione.


www.repubblica.it/2003/k/sezioni/cronaca/romabene/romabene/romabene.html
~ venerdì, novembre 14, 2003
 
Rozzano, 22:41
Soldi per coprire traffico di droga, arrestati tre Cc

Con l'accusa di aver ricevuto soldi per coprire un traffico di droga sono arrestati tre carabinieri - e un quarto è stato raggiunto da un'ordinanza di custodia in carcere - della stazione di Rozzano in provincia di Milano. (Red) 2003/11/14
~ martedì, novembre 11, 2003
 
Roma, 21:41
Uccisero tunisino, condannati tre carabinieri

La Corte di assise di Roma ha condannato a 11 anni di carcere al maresciallo Beniamino D'Auria ed ai carabinieri Marco Sepe e Angelo Saldamarco, in servizio nella stazione di Ladispoli, per l'omicidio di Eddine Imed Bouabid, un tunisino di 37 anni.
Bouabid la sera del 15 marco 2001 fu fermato dai carabinieri nel centro della cittadina balneare. Mezz'ora dopo fi ritrovato col cranio fracassato ai margini della corsia sud dell'autostrada A12.

In prima istanza i militari erano stati assolti dall'accusa di omicidio dalla seconda sezione della corte d'Assise di Roma e condannati ad una lieve pena per il solo reato di abbandono d'incapace, per aver fatto scendere dall'auto di servizio l'uomo nonostante fosse palesemente ubriaco.(red) 2003/11/11

~ mercoledì, novembre 05, 2003
 
Roma, 14:47
Mafia, indagati tre rappresentati Forze dell'ordine

Nell'ambito dell'inchiesta avviata dalla Procura di Palermo sulla presenza di alcune talpe all'interno della Dda, che ha condotto oggi all'arresto dell'imprenditore Michele Aiello e di due marescialli della Guardia di Finanza e dei carabinieri, Michele Ciuro e Giorgio Riolo (leggi qui) sono indagate altri tre rappresentanti delle forze dell'ordine. Si tratta di un funzionario della polizia di Stato, Giacomo Venezia, primo dirigente capo della divisione anticrimine della Questura di Palermo, l’ispettore Carmelo Marranca della Sezione criminalità organizzata della Squadra mobile e l'agente della polizia municipale Antonella Buttitta, in servizio nell'ufficio di un pm della Dda.(red)

repubblica/kataweb
 


Palermo, 09:39
Arrestati imprenditore e due marescialli per mafia

E' stato arrestato l'imprenditore palermitano Michele Aiello, proprietario di una clinica di altissima specializzazione di Bagheria dove stamani i carabinieri hanno eseguito (leggi qui) una serie di perquisizioni. Arrestati assieme ad Aiello il maresciallo della Guardia di Finanza Giuseppe Ciuro, in servizio al centro Dia di Palermo, applicato all'ufficio di un magistrato della Dda e il maresciallo dei carabinieri Giorgio Riolo, in servizio alla sezione anticrimine del Ros.
Aiello è accusato di associazione mafiosa e concorso in violazione del sistema informatico della procura; Ciuro e Riolo dovranno rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa, violazione del sistema informatico della procura e rivelazione di segreto d'ufficio. Ciuro è l'investigatore che ha svolto indagini patrimoniali e fiscali sul senatore Marcello Dell' Utri, nell'ambito del processo in cui il parlamentare è imputato di concorso in associazione mafiosa a Palermo.(red)
~ mercoledì, ottobre 22, 2003
 
La Procura di Milano chiude il fascicolo sulle operazioni antidroga Sotto inchiesta il comandante e altri venti ufficiali
Il magistrati: "Associazione criminale nel Ros dei Carabinieri"
Accuse per associazione per delinquere, abuso e peculato
di CARLO BONINI


MILANO - Questa è una storia nera di cui la Procura della Repubblica di Milano è venuta a capo dopo sette anni di indagini cui pochi desideravano mettere mano e che Repubblica è in grado di documentare. ? la storia di un'associazione per delinquere che ha vestito e veste la divisa del Raggruppamento operativo speciale dell'Arma dei carabinieri. Di venti manovali in divisa, agli ordini di un ufficiale che, oggi, del Ros è il comandante. Il generale Giampaolo Ganzer. Dal 1991 al 1997, le routine operative della sezione antidroga del reparto investigativo di eccellenza dei carabinieri sono state declinate in un grumo di abusi, malaffare, illecito arricchimento personale, peculati, provocazioni, istigazioni, ricatti.

Almeno venti militari, tra ufficiali e sottufficiali, hanno sistematicamente violato le norme e le prassi che disciplinano le operazioni antidroga sotto copertura, trasformandosi in trafficanti e raffinatori di stupefacenti in proprio. Arresti obbligatori di latitanti sono stati omessi, falsificando regolarmente i rapporti all'autorità giudiziaria che talvolta non ha visto e, spesso, quando ha visto ha preferito girarsi dall'altra parte. Centinaia di milioni di lire di denaro contante frutto di sequestri durante le operazioni sono stati sottratti alle regole della confisca per essere riciclati.

La pubblica e consapevole menzogna è stata moneta corrente per confondere e deviare l'opinione pubblica, per svuotare il diritto di difesa degli imputati. Il ricorso alle intercettazioni telefoniche spesso non ha trovato giustificazione né formale né sostanziale nelle indagini. E tutto questo, con un'aggravante, annota la Procura di Milano: "Essere l'associazione per delinquere armata".
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A sollecitarne le mosse, ora il tornaconto personale, ora il lustro di rapide progressioni in carriera. A plasmarne prassi e metodo, dissimulandone la natura, la pianificazione attenta e personale del suo architetto, il generale Giampaolo Ganzer, oggi comandante del Ros, e di due consapevoli complici: l'ufficiale dell'Arma Mauro Obinu, già comandante della sezione antidroga del Ros e oggi nella divisione criminalità organizzata del Sisde, il servizio segreto civile, nonché il sostituto procuratore della Repubblica, Mario Conte, già pubblico ministero a Bergamo, oggi magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Brescia.

Ventisette informazioni di garanzia hanno già raggiunto gli indagati in questo affare. E con un atto istruttorio di 40 pagine che precede le richieste di rinvio a giudizio, a loro è stata comunicata la "chiusura delle indagini preliminari" e la contestuale "discovery" di una cinquantina di faldoni istruttori su cui la pubblica accusa si prepara a celebrare il processo.

Processo che sembrava non dovesse riuscire ad approdare ad un esito, quale che fosse. Istruito dal pm di Brescia Fabio Salamone, l'intero, monumentale incarto aveva infatti conosciuto un'avvilente navetta tra procure della repubblica, prima di approdare in Cassazione ed essere quindi assegnato, due anni or sono, a Milano. Dove ora a firmare i provvedimenti non sono solo i due sostituti titolari dell'inchiesta, i pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia Daniela Borgonovo e Luisa Zanetti, ma anche - a sottolinearne il peso - il procuratore aggiunto Ferdinando Pomarici. Un magistrato di robusta esperienza, dai modi equilibrati e certo libero, come racconta la sua storia professionale, da ogni possibile sospetto di inimicizia per l'Arma dei carabinieri.
Vediamo, dunque.

* * *

All'inizio degli Anni 90, l'Arma intravede nelle grandi indagini antidroga una frontiera professionale su cui misurare duttilità e intelligenza dei propri ufficiali e sottufficiali, ma anche un laboratorio in cui sperimentare routine eccentriche rispetto ad antiche e ossificate pratiche da caserma. Esportabili - se testate positivamente - anche nella lotta all'eversione o alla criminalità organizzata. La legislazione adegua le proprie norme, disegnando per i cosiddetti "agenti sotto copertura" una rete di norme "scriminanti" che li sottrae ad alcuni obblighi di legge, tutelandone l'incolumità e l'anonimato. Gli agenti possono infiltrare le organizzazioni nazionali e internazionali del narcotraffico. Chiedere e ottenere dalla magistratura di ritardare il sequestro di carichi di stupefacenti. Evitare l'arresto di pesci piccoli, se questo serve a individuare e catturarne di grossi. Sono norme che, se soltanto maneggiate con scrupolo, hanno alta incidenza operativa e non deragliano da un sistema equilibrato di garanzie.

Nel Ros, evidentemente, qualcuno fa altri pensieri. Quella improvvisa libertà operativa viene declinata, nella peggiore delle ipotesi, come nulla-osta all'abuso, a costituirsi come corpo separato. Nella migliore, come efficace strumento per liberarsi dei fastidiosi lacci e lacciuoli con cui le procure della Repubblica imbrigliano la "fantasia" del Reparto. A Roma - siamo nel 1993 - al comando di via Ponte Salario è arrivato un giovane ufficiale, Giampaolo Ganzer. Ha fretta di crescere e non ne fa mistero. Nel '94, dirige il II reparto investigativo, competente per le operazioni antidroga e, in meno di quattro anni, percorre l'intera catena gerarchica. Prima come comandante del Reparto analisi, coordinamento e osmosi operativa ('95-'97), quindi come vicecomandante del generale Mario Mori (oggi direttore del Sisde). Diventerà comandante del Ros nel 2001.

Ganzer ha un metodo. E il metodo - ricostruisce l'inchiesta della Procura di Milano - si fa "sistema". Il Ros istruisce le sue operazioni ottenendo una delega in bianco dall'autorità giudiziaria. Che serve a legittimare iniziative che di legittimo non hanno né la premessa né l'esito. Ma che rispondono a una routine.
Leggiamo dagli atti: "Il Ros instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia". Ordina quindi "quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro". Che non si tratti di "operazioni di infiltrazione" lo capisce anche un bambino. "Si tratta - annota la Procura di Milano - di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti".

Fabbricato artificiosamente il reato attraverso l'istigazione, è ora necessario che su qualcuno ne venga schiacciata la responsabilità attraverso il falso, la menzogna, l'abuso. Scrivono i magistrati: "Il Ros rappresenta falsamente all'autorità giudiziaria e alla Direzione Centrale dei servizi antidroga inesistenti accordi tra le organizzazioni italiane acquirenti e i fornitori. Accordi asseritamente appresi grazie ad agenti infiltrati". ? una storiella buona per chi vuole o ha interesse a berla, ma necessaria a liberare la mossa successiva. "Il Ros prende in carico lo stupefacente al suo arrivo in Italia, omettendo ogni doverosa attività di controllo su quantità e qualità. Lo trasporta e lo detiene, anche per lunghi periodi di tempo, talvolta lasciandolo nella disponibilità incontrollata di trafficanti". Provvede dunque alla "installazione di laboratori per la affinazione", alla "ricerca degli acquirenti, attraverso la mediazione di mediatori pagati". "Istiga all'acquisto, diffondendo sul mercato la notizia della possibilità di acquisire stupefacente".

Il gioco è fatto. Il resto è banale dettaglio. Sul terreno, le operazioni vengono condotte a mano libera, forzando, aggirando ogni tipo di norma, falsificando verbali di sequestro e arresto, barattando il prezzo della libertà con i latitanti. Quel che conta è ostentare "la positiva conclusione di eclatanti operazioni". L'importante è mettere le manette a qualcuno per poi agitare un pugno di arrestati - quale che ne sia lo spessore - da consegnare al pubblico ministero e ad un verdetto di certa colpevolezza.

? una giostra ad alta redditività penale (e per alcuni anche economica) in cui tutti guadagnano. Investigatore e pubblico ministero. Bisogna soltanto decidere se salirci o meno. Bisogna, soprattutto, che un magistrato presti la propria faccia e la propria firma, autorizzando il Ros a operare dalle Alpi alla Sicilia, aggirando le norme sulla competenza territoriale delle singole Procure e tenendo cos? lontani i ficcanaso.

* * *

Il sostituto procuratore Mario Conte, in quegli anni sconosciuto magistrato di provincia, sulla giostra decide di salire. A Bergamo, che non è neppure sede di una Direzione distrettuale antimafia, è lui l'interfaccia di Ganzer. Su sua indicazione, fa da ombrello, firmando quel che c'è da firmare, alle deleghe che gli presentano i sottufficiali del Ros in forza al nucleo di Brescia, Gilberto Lovato, Rodolfo Arpa, Gianfranco Benigni, Michele Scalisi, Alberto Zanoni Lazzeri, autorizzandoli a operare sull'intero territorio nazionale, di concerto con il comando Ros di Roma, e con gli ufficiali e sottufficiali delle sezioni antidroga che nel tempo vi si succedono (Mauro Obinu, Carlo Fischione, Costanzo Leone, Laureano Palmisano, Vincenzo Rinaldi).

Scrivono i magistrati di Milano: "Con Obinu e Ganzer, il sostituto procuratore della Repubblica Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l'associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano ndr.), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese ndr.) e Biagio Rotondo, agevolandone l'attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi".

Conte sembra dunque godere di assoluta extraterritorialità. E di una qualche sicumera. Quando infatti l'inchiesta lo investe, chiede e ottiene di essere trasferito a Brescia, nell'ufficio accanto a quello del pubblico ministero che su di lui ha avviato l'indagine, Fabio Salamone.

Il metodo Ros battezza almeno sei operazioni antidroga documentalmente minate da "falsi materiali e ideologici". Che la Procura di Milano individua e illumina come fonte di prova d'accusa: "Operazione Cedro" (1991); "Operazione Lido" (1994); "Operazione Shipping" (1994); "Operazione Hope" (1993); "Operazione Cobra" (1994); "Operazione Cedro Uno" (1997) (per il dettaglio, vedi le schede in queste pagine). Il Ros - annota in un suo bilancio la Procura - "si appropria di almeno 502 milioni di lire", "senza precisarne o documentarne la destinazione". E lo stesso accade per "65 chilogrammi di stupefacente" che, non solo non viene sequestrato, ma viene spacciato e dunque reintrodotto nel mercato per mano di uomini dell'Arma.

La giostra gira e molti - troppi - fingono di non vedere. Perché? E come è stato possibile? Sono domande - lo vedremo - che meritano di non esser lasciate cadere e che offrono qualche sorprendente risposta.




(22 ottobre 2003)
~ giovedì, ottobre 16, 2003
 
Poliziotto con prostitute arrestato a Udine

http://lanazione.quotidiano.net/art/2000/07/21/1130784

TRIESTE, 21 LUGLIO - Una «situazione inquietante e gravissima» per le conseguenze sullo sviluppo della prostituzione a Udine e per la «nascita e crescita 'rigogliosà di un' associazione per delinquere di stampo mafioso senza precedenti» nel capoluogo friulano: è quella che sta emergendo dall' inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste che ha portato, quattro giorni fa, all' arresto dell' ispettore di Polizia Paolo Zamparo, di 42 anni, accusato di aver avuto, fra il 1997 e il 1998, favori sessuali da prostitute minacciandole di farle espellere dall' Italia o dando, in cambio, informazioni sull' attività delle forze dell' ordine.


Zamparo - che è tuttora detenuto nel carcere di Trieste - è accusato di concussione ed era già stato sottoposto a indagini, per l' ipotesi di reato di rivelazione di segreti di ufficio, nell' inchiesta che, nella scorsa primavera, aveva portato all' arresto di circva 30 persone, soprattutto albanesi, accusate di aver fatto parte di un' associazione per delinquere di tipo mafioso che controllava il racket della prostituzione a Udine.
Secondo gli elementi raccolti negli sviluppi di tale inchiesta, Zamparo, altri poliziotti e Carabinieri (ancora da identificare) avevano creato, a Udine, «una sorta di vera e propria situazione di 'concussione ambientalè», tenendo in stato di «continuativa apprensione e soggezione» le prostitute che operavano in città.


A Udine, la «concussione a fini sessuali» - come viene definita nell' ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa, su richiesta dellla DDA, dal Giudice Distrettuale Antimafia di Trieste, Nunzio Sarpietro, nei riguardi di Zamparo - era divenuta una sorta di normale «modus operandi» da parte di alcuni poliziotti e carabinieri, i quali - secondo gli elementi trapelati dall' inchiesta - durante il loro turno lavorativo o fuori servizio, con le macchine di servizio o con quelle private, si recavano nei viali dove si trovavano le prostitute per ottenere prestazioni e favori sessuali senza pagare o pagando meno di quanto richiesto. Tali comportamenti - secondo l' analisi della DDA - hanno permesso al clan mafioso sgominato a primavera di svilupparsi ed estendersi, agevolando la crescita di una delinquenza che - secondo i magistrati - ha fatto «da sfondo e da terreno di coltura» all' attentato nel quale, il 23 dicembre 1998, a Udine, morirono tre poliziotti. Per fronteggiare una situazione «veramente gravissima, forse - secondo i magistrati - sottovalutata» e «sfuggita molto probabilmente, almeno per un certo lasso di tempo, a ogni controllo interno alle amministrazioni» è stata avviata da qualche tempo una «operazione di pulizia - secondo gli stessi magistrati - profonda ed efficace, grazie all' aiuto efficace ed eccezionale della parte sana delle stesse istizuioni, che è la parte più rilevante».
 


Poliziotto di 32 anni, finito in isolamento con l’accusa di violenza sessuale continuata sulla figlia

«Sì, vado con la mia figliastra. Ma ci amiamo»
La bambina adesso ha quasi 14 anni. I primi approcci avvennero quando la ragazzina ne aveva dieci

http://www.papaseparati.it/Collegamenti/Si_vado_con_la_mia_figliastra.htm

«E’ vero, mi sono innamorato della mia figliastra. Sono andato a letto con lei da quando aveva 10 anni. Anche lei mi ama, mi vuol bene, non può vivere senza di me. Ora attendo che diventi maggiorenne per poterla sposare».
E’ questa la sconvolgente confessione di un poliziotto di 32 anni, finito in isolamento in una cella del Coroneo con l’accusa di violenza sessuale continuata sulla figlia che la moglie aveva avuto dal precedente marito. Anche la donna è indagata a piede libero per concorso morale nella stessa ipotesi di reato. Sul futuro della ragazza



che non ha ancora 14 anni e frequenta la scuola media, deciderà il Tribunale dei minori. Al momento il vero padre non sa nulla di quanto è accaduto ma è più che probabile che la figlia gli venga affidata.
La relazione col patrigno è emersa perché il poliziotto ha ripreso ripetutamente con una videocamera i propri rapporti con la figliastra. Una cassetta nascosta in un armadio tra giacche e jeans, è finita nelle mani della moglie che incuriosita dal ritrovamento l’ha inserita nel registratore.
Ciò che ha visto sullo schermo del televisore non l’ha però indotta, secondo l’accusa, a rivolgersi ai servizi sociali o ai giudici. Tutto è rimasto compresso, segregato nell’ambito familiare.
«Non lo farò più» ha promesso il marito al termine di una lite furibonda. Invece la storia con la figliastra, dopo un iniziale sbandamento, è continuata così come le riprese video. Una seconda cassetta di identico contenuto è emersa sei mesi fa. Seconda scenata familiare, secondo proponimento di chiudere la relazione. Anche la ragazza ha promesso e giurato alla madre di essersi pentita. Il poliziotto non è però uscito indenne da questa lacerante situazione, E’ scappato da casa, minacciando di uccidersi con la pistola d’ordinanza. «Mi sparo in bocca». Ma anche in questo caso la retromarcia non si è fatta attendere. Famiglia ricomposta, tranquillità ritrovata.
Padre, madre e ragazzina se ne sono andati in vacanza a bordo del loro camper e in tre si sono coricati nello stesso lettone. Non c’era altro spazio. Marito e moglie si sono messi ai lati, la figlia nel mezzo. Sta di fatto che la donna si è svegliata durante la notte e si è trovata di fronte a una scena inequivocabile.
Sconvolta ne ha parlato con un’amica che a sua volta ha informato un’assistente sociale. Per evitare tragedie o tentativi di suicidio ha portato in questura la pistola del marito. Lui è stato arrestato dai colleghi ed è finito in isolamento al Coroneo. Nelle prossime ore dovrebbe essere trasferito nel carcere militare di Peschiera del Garda. La vita di un poliziotto in un carcere comune, è sempre a rischio.
L’indagato» è già stato interrogato dal presidente aggiunto del Gip Nunzio Sarpietro e alla presenza del difensore, l’avvocato Guido Fabbretti, non ha smentito la relazione. Anzi è sceso in particolari. Ha raccontato che la ragazza lo ama ed è ricambiata. Ha detto che figliastra vedeva che la telecamera, posizionata accanto al letto, veniva accesa. ha ammesso che le riprese poi lui se le guardava in totale solitudine. «Per ricordo, per tenerezza».
Il poliziotto ha poi negato di aver filmato le proprie effusioni con la moglie. «Con lei non è mai accaduto».
Secondo l’inchiesta i rapporti con la figliastra si sono protratti per quattro anni con frequenza più che assidua. Tutto era iniziato per gioco al momento della sua entrata in famiglia. Un nuovo «papà», il bisogno di tenerezza, le prime effusioni, poi l’aperta infatuazione. Lei aveva otto anni e l’uomo che avrebbe dovuto farle da padre, prima ha finto di non capire, poi ha partecipato al «gioco» forte della sua età e dell’esperienza acquisita. Il potere degli anni esercitato su una bambina.
Ora la ragazza al centro di questa storia dice di non aver subito nulla, anzi di aver scelto deliberatamente la propria strada. «Amore mio ti aspetto» è scritto su un bigliettino trovato dagli investigatori nell’appartamento in cui il poliziotto aveva vissuto nelle ultime settimane dopo aver lasciato l’abitazione di famiglia. Altri «messaggini» tra patrigno e figliastra quattordicenne sono stati intercettati dagli investigatori diretti dal pm Lucia Baldovin. Altre chiamate telefoniche su linee «fisse» sono state registrate, le prove sono finite sul tavolo del Gip e l’arresto è stato concesso perché il reato ipotizzato non si protraesse nel tempo.
Secondo la legge il poliziotto rischia otto anni di carcere. Il Codice infatti non prevede «sconti» di pena anche se la vittima della violenza dice di essere stata consenziente. Ma può essere stata consenziente a questa relazione sbilenca una ragazzina di quattrordici anni, avvolta da almeno sei nella tela di ragno da un uomo che doveva esserle padre? Il potere dell’età, il potere del maschio, il potere derivato da essere il marito della madre. Altrochè amore.
Claudio Ernè

 


CONCUSSIONE: ARRESTATO POLIZIOTTO

http://www.vivaradio.it/news/notizie/180700-09.htm

E’ stato accompagnato ieri nel carcere triestino il 41 enne Paolo Zamparo, ispettore di Polizia in forza alla Questura di Udine, accusato di concussione. L’agente avrebbe segnalato alle prostitute imminenti retate, in cambio di prestazioni sessuali. L’arresto del poliziotto è conseguente alle indagini che la Direzione Distrettuale Antimafia sta conducendo sul racket della prostituzione in Friuli che, nello scorso marzo, ha portato per la prima volta in regione all’emissione di 30 ordini di custodia cautelare con l’ipotesi di associazione a delinquere di stampo mafioso. In quella fase delle indagini l’agente di polizia arrestato ieri e un carabiniere del NORM di Udine, attualmente solo indagato, furono già sospesi dal servizio per rivelazione di segreti d’ufficio. Ora per il poliziotto la situazione si fa più pesante perché, secondo l’accusa, avrebbe abusato della sua funzione per ottenere favori .

Vivanotizie/gb/180700-09
 


Cinque persone arrestate, tra cui un poliziotto friulano, per il commercio su Internet di immagini pornografiche di bambini
Retata contro i pedofili: 30 indagati in 10 regioni


Mercoledì 5 dicembre 2001

http://www.giornaledibrescia.it/giornale/2001/12/05/05,INTERNO/T3.html

VENEZIA - Ha usato centinaia di «nickname» per agganciare pedofili in rete ma tra quelli andati a buon fine, c’era anche «blase», che ha permesso al suo possessore, un agente della polizia delle telecomunicazioni di Venezia, di pescare navigatori che si scambiano immagini pedopornografiche. Risultato: cinque arresti, tra cui un collega di « blase», un agente di polizia friulano, e 26 denunce, di cui tre a carico di minorenni. Il blitz è scattato ieri in Lazio, Sicilia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Toscana, Lombardia, Molise, Piemonte e Campania dove sono stati sequestrati pc, centinaia di floppy disc, cd rom, video cassette. Tutti gli indagati accusati di aver scambiato in rete immagini fotografiche e video tra i 10 secondi e i 5 minuti, che ritraggono minori in rapporti sessuali con adulti. Ci sono volute dal luglio scorso ore e ore di chat notturne (minimo tre dopo ogni mezzanotte) lanciando l’esca ai pedofili. «Blase» ha avuto come spalla altri colleghi dello stesso ufficio che spingevano sulla chat le richieste di foto pedofile. Navigando si sono anche imbattuti con altri agenti, anch’essi impegnati nel filone d’indagine sul fenomeno della diffusione per via telematica della pornografia minorile. Hanno dovuto superare assalti d’ogni genere, trabocchetti da parte chi ha piena dimestichezza con il pc, vincendo anche una guerra informatica fatta di scariche di virus immessi dai navigatori. A uno degli indagati è stata «bruciata» tutta la memoria dell’hard disc, schedario immagini hard compreso. Trovato il filone la polizia ha ottenuto dal pm Maria Rosaria Micucci il via libera per procedere nell’indagine sotto copertura. Quasi subito, dopo aver vinto la diffidenza degli indagati, gli agenti hanno ricevuto le prime foto: crude, raccapriccianti, tutte con lo stesso tema. Le bambine riprese sono occidentali, ma ci sono anche piccole asiatiche e africane. Gli agenti spedivano a loro volta altre foto, ma le richieste si sono fatte via pressanti, con solleciti di immagini più spinte. Foto e video sono arrivati ad essere più di un migliaio. Qualche indagato ha offerto anche foto con lui stesso protagonista, poi però mai arrivate. «Ne ho viste tante di questo tipo di immagini, ma mi fanno lo stesso effetto della prima volta: uno shoc. Non mi sono abituato» ha detto «Blase» che ha frequentato assieme ai colleghi un corso tenuto dagli psicologi del centro anti-stupro di Mestre. In poco più di un mese il gruppo s’è allargato. Medici, liberi professionisti, studenti anche minorenni. Tutti incensurati e di età inferiore ai 30 anni. Ora gli agenti vogliono capire se c’è qualcosa di più di un semplice scambio di foto.

~ mercoledì, ottobre 15, 2003
 
Nel mirino ancora una volta i traffici tra il litorale domiziano e l'Alto Molise

http://www.net-point.it/newmol/olds/a2000/n90/is71.htm

Droga, sospetti su un poliziotto
Il questore Di Vito ha avviato una nuova indagine Nel vasto giro di spaccio sarebbe coinvolto un agente
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UNA nuova indagine antidroga in grande stile, con vasto dispiegamento di uomini e di mezzi, ed il presunto coinvolgimento nell'attività di spaccio di un agente della Polstato residente nella zona di Bojano ed in servizio ad Isernia. Queste le due clamorose novità sul fronte della droga, per le quali é in corso un'inchiesta a tutto campo da parte della questura di Isernia, coordinata personalmente dal questore dr. Mario De Vito. Finalizzate a stroncare il nuovo giro di spacciatori che rivendono eroina, cocaina e hascisc ai giovani, soprattutto nel capoluogo ed a Venafro. Per adesso le indagini sono riservatissime, proprio per evitare fughe ed inquinamento delle prove, ma ormai il cerchio di stringe sempre più sui nuovi spacciatori, quelli successivi all'operazione "Night and day" che venne condotta dal commissario Antonio Manzo, e che portò in carcere una quindicina di persone. L'attività investigativa é stata accelerata nei mesi scorsi, e gli agenti hanno già raccolto una notevole quantità di riscontri e di prove da presentare al procuratore della Repubblica, al fine di avviare la fase esecutiva delle indagini. Nel mirino degli agenti ancora una volta i traffici, mai cessati del tutto, tra il litorale domiziano e l'Alto Molise. I corrieri di Isernia continuano infatti a rifornirsi a Baia Domizia, Mondragone e Castelnuovo quasi quotidianamente. Partono con le loro auto, a volte con le coperture di ragazze tenute all'oscuro di tutto, con la scusa di una pizza sul mare e di un giro in discoteca. E acquistano poche dosi, che poi rivendono a Isernia, proprio per evitare di finire in galera, se fermati dalla polizia. Infatti, con il sistema dei rifornimenti "a singhiozzo", gli spacciatori locali riescono ad eludere l'arresto, agevolati dalle disposizioni di legge, in quanto se fermati, dichiarano di avere solo le dosi ad uso personale, rischiando al massimo una segnalazione presso la Prefettura di residenza. Ma, nonostante le precauzioni dei corrieri, ora gli investigatori avrebbero in mano un corposo dossier, ed anche le ammissioni di alcuni tossicodipendenti. Che potrebbero mettere nei guai con la legge alcuni ragazzi di "ottima famiglia" già segnalati come potenziali rivenditori di eroina. Intanto sul tavolo del questore Di Vito é arrivata una "riservata" dei Carabinieri, con la notizia di un suo agente di Isernia indagato per spaccio. Per ora é solo un'ipotesi, in via Kennedy tutti i funzionari invocano il segreto giudiziario ed il nominativo dell'agente é rigorosamente oscurato, in attesa di eventuali sviluppi della vicenda. Per adesso il poliziotto indagato non é stato raggiunto da alcun provvedimento cautelare e si trova in congedo per malattia. A.R.
 


IMPERIA: POLIZIOTTO ARRESTATO PER DROGA

quotidiano.net

IMPERIA, 5 GIUGNO 2001 - Quattro uomini, tra i quali un agente di Polizia, sono stati arrestati dalla squadra mobile della questura di Imperia per un traffico di hascisc e cocaina al dettaglio. Altre otto persone sono state denunciate a piede libero.

Gli arrestati sono Roberto Crocetta, di 36 anni, che prestava servizio al posto di guardia della questura imperiese, Roberto Campagna, di 24, Matteo Mulogna, di 30 e Giuseppe Lavore Papa, di 30, tutti di Imperia. Nei loro confronti il sostituto procuratore della repubblica Danilo Ceccarelli ha chiesto e ottenuto dal gip l' emissione di ordini di custodia cautelare per detenzione a fini di spaccio, in concorso tra loro, di sostanze stupefacenti. La squadra mobile, che ha indagato per diversi mesi sul traffico, valuta in circa quattro chili l'hascisc acquistato e venduto dal gruppo ed in 40 grammi la cocaina; risulta anche un piccolo traffico di Lsd e marijuana. La droga veniva acquistata ad Albenga (Savona) e spacciata ad Imperia.

 


14imo POLIZIOTTO INDAGATO

http://stampaclandestina2.inventati.org/features/immigrazione/

Un'altro poliziotto è finito sotto inchiesta nell'ambito delle indagini sull'ufficio stranieri, dove ben quattordici poliziotti sono indagati per falso ideologico. I loschi individui avrebbero rilasciato pernmessi di soggiorno in cambio di mazzette. Questo dimostra come anche i "tutori dell'ordine" partecipano largamente alla grande abbuffata sulla pelle degli immigrati. Sfruttati come forza lavoro a basso costo dai padroni, depredati attraverso gli affitti irraggiungibili dalle agenzie immobiliari, ricattati con il permesso di soggiorno dalla polizia, allontanati dalla gente a causa del razzismo fomentato dai Mass-Media (vedi il rifiuto della moschea a Sorgane) e rispediti al mittente con il consenso, se non la diretta partecipazione dalla giunta comunale. Tutto questo fa SCHIFO!!!
L'unico orizzonte che ha davanti chi ci governa, è quello del profitto, rimanendo totlmente indifferente sulle problematiche reali che questa politica scellerata produce. Soltanto attraverso un azione sinergica di tutte le realtà dell'autorganizzazione sociale, politica, e sindacale potremo costruire lotte complessive e concrete a fianco della popolazione immigrata, per la conquista dei diritti basilari.
 


La carica del 113
Il poliziotto fuggito era già nei guai
Il Resto del Carlino, 2 novembre 2000

Uno ha passato la mattina in ufficio, l'altro a fare la guardia alla Sinagoga per tutto il pomeriggio di martedì.
E ieri, verso mezzogiorno, tutti e due in borghese e di corsa per la scale fino al piano del questore, dove un dirigente del palazzo gli ha notificato la sospensione in via cautelare dalla polizia per l'episodio avvenuto in pizzeria coi quattro giovani gay.

E' proprio così, due dei poliziotti coinvolti nella lite alla 'pizzeria Nino' sono già stati sospesi dalle loro funzioni, e per il terzo (tra l'altro è uno degli agenti perquisiti a settembre per storie di droga poi chiarite) si sa già che il provvedimento amministrativo, emesso dal Ministero su richiesta del questore Romano Argenio, è in arrivo.

Restituire subito pistola e patacca d'argento, dunque, e tutti a casa a metà stipendio. Questo fino al termine del procedimento penale in corso, quando avrà inizio poi l'accertamento disciplinare interno che deciderà del destino in divisa degli agenti sospesi.

I due provvedimenti, e il terzo in arrivo, non sono notizia inaspettata: troppo clamore attorno alla vicenda, difficile fare il contrario, e del resto Argenio aveva parlato chiaro:'Massima severità e nessuno sconto'. Atteggiamento ancora più necessario visto il delicato momento attraversato dalla polizia bolognese squassata anche da una zuffa in casa tra un agente intervenuto (la stessa sera della lite coi gay) per difendere i colleghi fermi al 113 e un esperto ispettore dell'ufficio volanti.

Son volate spinte e botte, ma alla fine il risultato è che l'intruso (davvero solo un amico degli agenti nei guai?) si è beccato una denuncia.
Al di là della lite in pizzeria, episodio dove ci sono stati scambi di insulti da tutte le parti e il gesto inconsulto di un giovane buttafuori seduto al tavolo coi tre poliziotti, non è piaciuto per nulla e merita assoluta severità il comportamento tenuto dagli agenti dopo il parapiglia.

Bugie e mezze verità di due (i sospesi), la fuga del terzo (peraltro già coinvolto in beghe giudiziarie), e la poca onestà nel rispondere alle domande dei colleghi nel nome di un'amicizia da difendere non sono segni particolari del buon poliziotto.
Sbagliare si può, lo dicono tutti dentro e fuori la questura, ma non capire l'importanza dei panni che si indossano per lavoro è un errore che non si può perdonare.

Si vedrà, come andrà a finire. Toccherà al pm Elisabetta Melotti, lo stesso che ha indagato sui poliziotti buttafuori, tirare le somme di un'inchiesta condotta con rapidità ed efficacia. Praticamente finita.
 


Non era solo il poliziotto porno-pedofilo

L'ipotesi è che quello in cui è accusato di agire un agente di polizia laziale sia un vasto giro di pedofilia.
L'inchiesta di cui ha scritto ieri il Carlino si protrae da quasi un anno, ma il sostituto procuratore che la conduce non ritiene di fornire elementi alla stampa. Resta quindi una sensazione ragionevole che l'indagato non agisse da solo, ma fosse inserito in un contesto più complesso.
'No comment' su tutta la linea, comunque in Procura. I genitori della tredicenne che sarebbe stata circuita via internet e che ha denunciato quello strano appuntamento chiesero fin dall'inizio le massime tutele di garanzia, a maggiore ragione perchè sarebbe stata proprio la loro figlia a denunciare un episodio che è finito all'esame della Procura modenese, ma che ha presumibilmente rilievo nazionale.
Un «agente delle forze dell'ordine viaggiante», seppure magari a titolo e spese personali (nulla c'entrerebbe il mestiere), una rete di pedofilia estesa come può essere quella di internet.



 


Pestaggio allo stadio:
la vittima riconosce il poliziotto indagato
Aveva denunciato un poliziotto raccontando di un violento pestaggio subito in uno dei bagni dello stadio San Paolo a margine dell’incontro di calcio Napoli-Livorno del 19 ottobre 2002. Ieri il diciottenne ha riconosciuto l’agente nel confronto all’americana, tecnicamente un «incidente probatorio», svoltosi davanti al gip Favara. Il giovane, assistito dagli avvocati Dario Russo e Francesco Cioppa, ha indicato l’indagato tra altre tre persone e per due volte: prima con il volto coperto dal casco da «ordine pubblico», poi a volto scoperto. Il pm Ida Frongillo ipotizza i reati di falso, lesioni e violenza privata. Il diciottenne, all’epoca dei fatti ancora minorenne, era stato denunciato dopo la partita per aver lanciato bottiglie dall’anello superiore. Per questo episodio è stata già proposta richiesta di archiviazione. L’agente respinge energicamente le accuse, il suo legale, l’avvocato Fulvio Pellegrino, ha avviato indagini difensive.
 


unione sarda 28/02/2003 Faida di Siurgus

In Corte d’Assise il capo della Mobile di Nuoro, Leo Testa, non smentisce ma esclude solo indagini della polizia

Daniele Brilla indagato per l’omicidio di Gina Cabiddu? L’ex poliziotto di Oniferi coinvolto nell’uccisione della casalinga di Urzulei amica di Adolfo Cavia, il latitante sospettato di essere il carceriere di Silvia Melis? Dopo la notizia che collega l’inspiegabile assassinio della donna - il 22 maggio 1999 - alla banda di Siurgus Donigala (l’arma del delitto era già stata usata per tentare di uccidere Antonio Piludu e consumare alcune rapine) dall’udienza nella Corte d’Assise di Cagliari filtra un’altra clamorosa notizia. Succede quando il dirigente della squadra mobile di Nuoro, Leopoldo Testa, ricostruisce la vita professionale e giudiziaria dell’ex poliziotto sotto processo, insieme ad altre 11 persone, per una serie di delitti legati alla faida a senso unico che oppone le famiglie Piludu-Desogus ai Piras. Nel rispondere alle domande del pubblico ministero, Luca Forteleoni, Leo Testa prima accenna al ruolo di mediazione con la questura di Nuoro svolto da Brilla nel tentativo di far costituire l’ormai moribondo latitante di Urzulei Adolfo Cavia (sospettato di essere il carceriere di Silvia Melis), quindi parla dell’omicidio di Gina Cabiddu, uccisa con un colpo di pistola a Urzulei, sotto casa sua. La donna era sposata con il fratello della moglie di Brilla ed era indirettamente legata anche a Cavia: il fratello Cesare Augusto Cabiddu nel 1991 era stato arrestato per favoreggiamento nei confronti del suo compaesano alla macchia.
«Ho risentito il nome di Brilla il giorno dell’omicidio di Gina Cabiddu», dice il dirigente dalla mobile nuorese, «la vittima era cognata di Daniele Brilla. Noi non abbiamo indagato Brilla per l’omicidio». Ce n’è quanto basta a far insorgere l’avvocato Mariano Desogus che difende, insieme a Basilio Brodu, l’ex poliziotto ricercato dal 18 maggio 2001: «Signor presidente, mi oppongo a questo modo di procedere. Che vuol dire che Brilla non è stato indagato per l’omicidio della cognata»? Testa ribatte: «Ho detto che noi non lo abbiamo indagato per l’omicidio». Delogu va su tutte le furie: «Ci mancherebbe altro, gli ammazzano la cognata e lo dovete anche indagare». Il testimone non perde la calma: «Sto infatti dicendo che noi non lo abbiamo indagato». Delogu insiste: «Neanche io sono stato indagato per l’omicidio della cognata di Brilla. Qui si vuole creare un clima cupo attorno a Brilla invece di sottolineare che anni fa era stato indagato per altre vicende, assolto in sede penale, prosciolto in quella amministrativa, infine promosso». Quel che c’è dietro è evidente a tutti in aula: Brilla deve essere finito nel registro degli indagati per l’omicidio Cabiddu ma in un momento successivo. Inutile chiedere conferma al pubblico ministero Danilo Tronci che sostiene l’accusa insieme a Forteleoni, neanche Testa alla fine dell’udienza conferma la notizia ma un sorrisetto malizioso neanche la smentisce.
E allora si intuisce che questa già intricata vicenda, partita nel 1985 con il primo duplice delitto di Siurgus Donigala e arrivata a Mamoiada nel 2001 col progetto di far fuori un parente di Annino Mele, è ancora più complicata.
L’udienza di ieri è stata interamente dedicata all’interrogatorio di Leo Testa al quale peraltro nessuno dei difensori ha ritenuto opportuno far domande. Sono stati soltanto i pubblici ministeri a ripercorrere col capo della Mobile di Nuoro le indagini avviate dopo l’omicidio di Pierpaolo Piludu, l’allevatore di Siurgus Donigala assassinato all’alba del 12 ottobre 2000 sulla strada che porta ad Aritzo. Seguendo le scie elettroniche dei telefonini la Polizia è riuscita a ricostruire i movimenti di tutti gli indagati. In particolare gli investigatori hanno saputo di una riunione durata 5 ore, a Fonni, quattro giorni prima del delitto, con la partecipazione di Biagio Piras (uno dei capi della banda, secondo l’accusa) che, lo stesso giorno, si è fermato nella zona dove poi è stato ucciso Piludu. «Inizialmente non abbiamo capito il perché di quello spostamento a Fonni», spiega Leo Testa in aula, «tutto ci è stato chiaro quando una microspia ci ha svelato che Biagio Piras aveva ricevuto a Bibbiano (provincia di Reggio Emilia) Marcello Cadinu di Mamoiada, Brilla, Adriano Dessì di Siurgus, Mario Cianciotto e Raffaele Nolis di Fonni: parlavano dell’omicidio Piludu».
Il processo continua il 6 marzo.


Maria Francesca Chiappe
 


L'avvocato di Giuseppe Rinzivillo ha fatto sapere che il tribunale gelese avvierà accertamenti sull'agente

Gela, indagato il poliziotto che ferì il dodicenne

PALERMO - Del poliziotto che nella notte tra il 19 e 20 ferì durante un conflitto a fuoco a Gela un dodicenne, non si conoscono le generalità. Di lui però si sa che è stato inserito nel registro degli indagati. A rivelarlo è stata l'avvocato Daniela Agnello, che assiste i familiari di Giuseppe Rinzivillo, la giovane vittima di quella sparatoria.

Il pubblico ministero che si sta occupando del caso, Antonella Ferio, avrebbe avviato - come dice in una nota sempre il legale della famiglia Rinzivillo - una serie di accertamenti per verificare le eventuali responsabilità colpose dell'agente che intorno alle 20.30 sparò, nelle vicinanze del Mercato vecchio a Gela. E per ricostruire, con sempre maggiore precisione la dinamica dei fatti di quella tragica sera, è stato già sentito il padre del ragazzino, che era alla guida. L'auto in cui l'uomo viaggiava, insieme con Giuseppe, la figlia maggiore e un'amica, si trovò a passare esattamente mentre il poliziotto sparava dei colpi contro un albanese. Colpi che raggiunsero e ferirono alla testa il piccolo Giuseppe.

Fortunatamente le sue condizioni, dopo l'operazione e dopo alcuni giorni di terapia intensiva, migliorano velocemente. Ora il piccolo paziente è vigile, riesce a mangiare da solo e parla con quanti lo circondano. E dal reparto di rianimazione, è stato trasferito in corsia, sempre nell'ospedale civico di Palermo. Grazie alla sua giovane età, sarà solo un brutto ricordo quella notte di spari e disperazione. In questi giorni, il piccolo Giuseppe ha ricevuto anche molte attenzioni dai suoi idoli del calcio. Una maglietta con le firme dei giocatori gli è stata donata dal Parma e un pallone autografato da parte di Alex Del Piero.

(24 giugno 2001)
 


24/03/2001. Un agente di polizia è stato iscritto sul registro degli indagati della Procura di Bologna in merito all'episodio del tifoso Romanista entrato in coma dopo essere caduto dalle scale dello stadio Dall'Ara prima di Bologna-Roma lo scorso 11 febbraio.

L'agente, indagato per lesioni, durante il servizio di ordine pubblico avrebbe, secondo le testimonianze dei tifosi romanisti, sgambettato il supporter giallorosso Alessandro Spolettini provocandone la caduta dalle scale che ha portato il giovane a battere la testa, entrando così in coma.

Secondo la polizia, invece, non ci sarebbero responsabilità degli agenti nella caduta del tifoso giallorosso.
 


da repubblica.it - ultimora del 10/03/2001 ore 18:50

Lanciano: carabiniere arrestato per violenza sessuale su diciassettenne

LANCIANO (Chieti) - Accusato di violenza sessuale su una diciassettenne, un appuntato dei carabinieri, Gaetano Noschese, di 36 anni, di Cassino (Frosinone), è stato arrestato su disposizione della magistratura di Lanciano. L'arresto è avvenuto il 23 gennaio scorso ma la notizia è stata tenuta segreta fino ad oggi per consentire ulteriori approfondimenti di indagine. Noschese è stato rimesso in libertà l'8 marzo. Il militare dal giorno dell'arresto ha ottenuto la custodia domiciliare a Cassino, città d'origine. Sospeso dal servizio, è indagato inoltre di spaccio di ecstasy nei confronti della stessa vittima del presunto stupro, ma l'arresto per questa circostanza di reato non è stato convalidato. Alla ragazza potrebbe aver offerto pasticche di ansiolitici. Il provvedimento di custodia per violenza sessuale è stato confermato invece dal tribunale del riesame
~ martedì, ottobre 14, 2003
 
Torino, 08:23
Ispettore uccide moglie e cognato e si suicida

Un ispettore di polizia ha ucciso durante la notte la moglie e il cognato e si è poi tolto la vita. Irene Margherito, 42 anni, cameriera in una pizzeria, si era separata da lui da una decina di giorni dopo le ultime botte ricevute dal marito, patologicamente geloso, e per le quali era finita in ospedale ed era tornata a vivere con la madre in corso Cincinnato, alla periferia di Torino. Antonio Costantino, 44 anni, l'ha uccisa davanti casa insieme al fratello di lei, Maurizio, 32 anni, che era andato a prenderla in pizzeria per riportarla a casa della madre.
Per le violenze coniugali Antonio Costantino era stato sospeso per tre mesi dal lavoro. Ma una commissione medica interna della polizia lo aveva reinserito giudicandolo idoneo. (red)
~ giovedì, settembre 25, 2003
 
Agente si spara a una gamba per convincere la ex a tornare

http://www.imgpress.it/caffetteria/notiziacompleta.asp?nyhetsID=550
25/09/2003
Per convincere la sua ex fidanzata a tornare con lui ha prima minacciato di spararsi e poi lo ha fatto per davvero ferendosi ad una gamba. Guarirà in tre mesi. È quanto accaduto attorno alla mezzanotte di ieri nei pressi di un distributore di benzina a Ballabio, in provincia di Lecco. Protagonista del gesto un 28enne agente di Polizia penitenziaria residente nel Lecchese e ora ricoverato all'ospedale "Manzoni" del capoluogo manzoniano. Il giovane, già separato e con un bimbo in tenera età, pare non volesse arrendersi all'idea di essere stato "mollato" da una ragazza di 2 anni più giovane di lui . L'altra sera ha raggiunto l'abitazione dell'ex convivente per convincerla a riprendere il rapporto. Quando è arrivato, era decisamente alterato tanto da minacciare di togliersi la vita se lei non avesse accolto l'invito. Inutilmente la ragazza ha tentato di calmarlo ed è poi fuggita spaventata per nascondersi dietro ad un'autobotte che si trovava nel piazzale del distributore. L'agente, a quel punto, ha preso la pistola d'ordinanza ed ha esploso un colpo che lo ha raggiunto all'arto inferiore. A far scattare l'allarme una coppia di anziani residenti in zona che, dopo aver udito lo sparo, hanno chiamato il 113 e il 118. Lui stesso ha poi raccontato alla Polizia cosa era accaduto.
~ mercoledì, novembre 06, 2002
 
Mornago - L'agente avrebbe preteso 20 milioni, minacciando di far chiudere il locale
Commerciante denuncia un'estorsione: arrestato un poliziotto

http://www.varesenews.it/articoli/2000/novembre/sud/11-6estorsione.htm

Un poliziotto in servizio alla questura di Varese è stato arrestato giovedì in tarda serata con l'accusa di estorsione: si sarebbe fatto consegnare una somma di denaro da un commerciante di Mornago. La notizia è trapelata ieri mattina e solo dopo alcune ore è stata confermata dalla procura di Busto Arsizio che da tempo stava seguendo il caso. Nessun commento e nessuna conferma, invece è giunta fino a questa sera dalla questura di Varese. Ancora imprecisi sono i contorni della vicenda. Secondo quanto è trapelato, l'agente, un trentasettenne residente a Inarzo di cui non sono state rese note le generalità, aveva da tempo cominciato a tormentare il titolare di un ristorante della zona di Mornago: avrebbe preteso soldi, minacciando di mandare ispezioni da parte della polizia che si sarebbero concluse con la chiusura del locale. Il commerciante per qualche tempo ha fatto resistenza ma nei giorni scorsi si è deciso a denunciare il fatto ai carabinieri di Mornago. A questo punto è scattato il piano "classico" dei casi di estorsione: l'esercente ha fatto finta di accettare la richiesta di denaro (pare 20 milioni), si è presentato all'appuntamento con il poliziotto, seguito però a debita distanza da alcuni carabinieri. I quali, subito dopo la consegna del denaro - le banconote erano state "segnate" perchè fossero sempre riconoscibili - hanno arrestato in flagranza di reato l'agente. Il caso ha subito creato grave imbarazzo nell'ambiente delle forze dell'ordine. Come detto, non è stata svelata l'identità dell'arrestato; secondo alcune indiscrezioni l'uomo prestava servizio alla sala radio della questura varesina. Del caso si sta ora occupando il sostituto procuratore di Busto Arsizio Tiziano Masini. Forse già oggi il poliziotto verrà sottoposto a Busto Arsizio all'interrogatorio di convalida.
~ venerdì, agosto 09, 2002
 


http://lanazione.quotidiano.net/chan/11/1:3587675:/2002/08/09

PRATO — E' stato arrestato dai suoi colleghi poliziotti proprio mentre nelle sue mani erano stati appena consegnati 1300 euro dal cittadino cinese cui li aveva chiesti in cambio della restituzione del libretto di circolazione dell'auto, che gli aveva ritirato illegalmente il giorno prima. Per G.R., 31 anni (la questura non ne ha fornito il nome), agente in servizio alle volanti della questura, l'accusa è grave: in sostanza si tratta di estorsione e furto. Gli uomini della squadra mobile pratese lo hanno arrestato nel parcheggio del centro commerciale i Gigli, a Campi, e insieme a lui — accusati di estorsione — sono finiti agli arresti anche due cinesi (marito e moglie) che avrebbero in pratica agito da intermediari nella vicenda, contattando il connazionale.
Erano pochi mesi che l'agente lavorava alle volanti, dopo aver prestato per anni servizio nella polstrada pratese. L'idea di estorcere denaro al cinese si era concretizzata dopo che l'agente aveva multato — ad un controllo — l'orientale per guida senza cinture e per gomme lisce. E gli aveva illegalmente ritirato il libretto di circolazione: questa sanzione infatti non è prevista, per infrazioni di quel tipo.

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